19/10/2008

Il feticismo dei piedi

Vorrei segnalare il mio articolo sul romanziere Tanizaki Jun'ichiro e il suo feticismo per i piedi femminili. L'articolo è stato pubblicato sul sito Nipponico.com. Il brano si ricollega direttamenta alla concezione molto complessa della sfera dell'eros che autori come Tanizaki, Kawabata e Mishima hanno sviluppato e descritto nelle loro opere.




Il feticismo dei piedi
L'eros alla maniera del maestro Tanizaki Jun'ichiro
di Cristiano Martorella

8 novembre 2004. Tanizaki Jun'ichiro (1886-1965) è fra i romanzieri giapponesi più celebri e significativi del Novecento e gran parte della sua fama è merito anche del suo sofisticato erotismo. Certamente è stata l'opera di Tanizaki ad aver introdotto in Italia e aver fatto conoscere l'eros giapponese con la sua estetica, i rituali e le perversioni codificate da una cultura ricchissima.
Fra le passioni dominanti di Tanizaki spicca il suo feticismo per i piedi femminili, tanto che essi sono diventati addirittura protagonisti dei romanzi, come nel caso di I piedi di Fumiko (Fumiko no ashi, 1919, traduzione italiana Marsilio, 1995). Prima di passare ad analizzare l'opera del maestro Tanizaki, conviene ricordare cosa sia e cosa rappresenti in generale il feticismo dei piedi.
Col termine feticismo (dal francese fétichisme) si indica un interesse e una attrazione erotica per una parte anatomica o un oggetto. Il feticismo non è soltanto una patologia sessuale, al contrario di quanto pensano in molti. Infatti Sigmund Freud, in Tre saggi sulla teoria sessuale (1905), spiega che un certo grado di feticismo è di regola proprio dell'amore normale, in special modo in quegli stadi di innamoramento nei quali la meta sessuale normale appare irraggiungibile, oppure sembra negato il suo adempimento. Il caso patologico subentra soltanto quando il feticcio diventa unico oggetto sessuale e impedisce un rapporto sessuale completo. A parte questi evidenti disturbi sessuali, il feticismo è comunque presente nella sfera erotica. Secondo alcuni sessuologi il feticcio più frequente, ed innocuo, è costituito dai piedi. Stranamente è anche la forma di feticismo meno ammessa e discussa, quasi negata rispetto al feticismo del seno. Ciò avviene nella cultura occidentale, per fortuna non è così fra le altre civiltà.
In Giappone il feticismo dei piedi è stato perfino elevato alla dignità accademica dalla letteratura del romanziere Tanizaki Jun'ichiro. Fra le opere più note, Il diario di un vecchio pazzo (Futen rojin nikki, 1962, traduzione italiana Bompiani, 1965) è anche quella dove la passione per i piedi arriva all'estremo, tanto che il protagonista Tokusuke farà incidere l'impronta dei piedi dell'amata sulla sua tomba. Con la scusa di riprodurre un Bussokuseki (impronte di Buddha), egli stesso farà una litografia dei piedi della giovane Satsuko usando inchiostro rosso. L'operazione con la verniciatura, la manipolazione, l'asciugatura dei piedi, costituisce un'occasione per avvicinare l'oggetto desiderato. La passione assume anche toni sadomasochistici quando il vecchio fa le sue considerazioni su Satsuko.


"Poi, quando sarò morto, non potrà non pensare: Quello stupido vecchio dorme sotto questi piedi bellissimi. Sto ancora calpestando le ossa di quel povero vecchio sotto terra." (1)


Un approccio diverso, più vitale e fantasioso, è presentato con I piedi di Fumiko, il primo romanzo in cui il feticismo dei piedi è esplicito e dichiarato. Lo stesso nome della protagonista, Fumiko, chiamata anche Ofumi, richiama per omofonia il verbo fumu (calpestare). La descrizione dei piedi è minuziosa, e la cura del dettaglio fin troppo maniacale.


"A dire il vero, ero pure io in estasi per la bellezza della linea dei piedi nudi di Ofumi. Le gambe snelle e tornite come legno levigato con cura, si assottigliavano progressivamente fino alla caviglia da dove aveva inizio, con una leggera curva, il tenero collo del piede. All'estremità si stendevano ben allineate le cinque dita, che partendo dal mignolo si allungavano gradualmente verso la punta dell'alluce: ciò mi pareva molto più bello delle fattezze del suo viso. Lineamenti come i suoi si trovano anche in altre donne, ma non avevo mai visto, fino ad allora, piedi così regolari e splendidi. Quando hanno il collo piatto in modo sgradevole e le dita divaricate che lasciano intravedere le fessure, provocano la stessa spiacevole sensazione di un brutto viso. Al contrario, il collo del suo piede era ben in carne e le cinque dita ben accostate come la lettera m e allineate in ordine come una fila di denti." (2)


Lo scrittore raggiunge la sua massima abilità nell'esaltazione della sensualità ed espressività dei piedi.


"Dato che il piede era inarcato, si vedevano bene anche le pieghe della soffice carne della pianta. Visti da sotto, i polpastrelli tondi e carnosi delle cinque dita rannicchiate erano ben allineati, quasi muscoli di una conchiglia messi uno accanto all'altro. Se non fosse stato per l'illimitata flessibilità delle articolazioni, frutto di nozioni pratiche di danza, il piede non avrebbe mai potuto curvarsi in modo tanto sensuale. L'atteggiamento era provocante come quello di una donna voluttuosa che danzi ondeggiando." (3)


L'amore che Tanizaki nutriva per i piedi delle donne era sincero, e ciò traspare nelle pagine dei suoi romanzi. Questa sincerità è a tratti commovente e ci fa quasi dimenticare che il feticismo dei piedi è ancora considerato una perversione. Si tratta di un tabù ingiusto che ci priva di una risorsa dell'immaginazione, una qualità mostrata dal grande scrittore giapponese in tutto il suo rigoglioso splendore.


Note

1. Cfr. Tanizaki, Jun'ichiro, Diario di un vecchio pazzo, Bompiani, Milano (seconda edizione dei tascabili Bompiani), 1988, p. 168.
2. Cfr. Tanizaki, Jun'ichiro, I piedi di Fumiko, Marsilio, Venezia, 1995, p. 29.
3. Ibidem, pp. 30-31.

Bibliografia

Borneman, Ernest, Il dizionario dell'erotismo. Fisiologia, psicologia, pratiche, patologia, storia dell'amore e del sesso, Rizzoli, Milano, 1988
Freud, Sigmund, Sessualità e vita amorosa, Newton Compton, Roma, 1989.
Tanizaki, Jun'ichiro, I piedi di Fumiko, Marsilio, Venezia, 1995.
Tanizaki, Jun'ichiro, Diario di un vecchio pazzo, Bompiani, Milano, 1965.

        

       

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22/09/2008

Dojinshi

Ripropongo il mio articolo sui fumetti dojinshi [doujinshi] pubblicato dal sito Nipponico.com. Articolo disponibile nel sito Nipponico.com alla voce Doujinshi.



Dojinshi
Fumetti per passione
di Cristiano Martorella

9 giugno 2004. Dojinshi è l'abbreviazione della parola dojinzasshi che significa fanzine, ossia rivista prodotta amatorialmente dai fan di animazione e fumetto giapponese. Essa è composta dalle parole dojin (fan) e zasshi (rivista), quest'ultima abbreviata in shi.
Il dojinshi è arrivato anche in Italia sia nelle forme originali recensite e ristampate da alcune pubblicazioni sui manga e anime, sia in alcuni casi come produzioni amatoriali locali. Ma cos'è un dojinshi? Molto spesso il dojinshi è una parodia comica o erotica di un personaggio famoso di un manga, un anime o un videogioco. Quindi esso si presenta come un albo a fumetti. Perché i giapponesi si divertono a realizzare storie erotiche con i personaggi da loro adorati?
Il primo aspetto riguarda quel gusto del piccante e un po' di morbosità che la stampa italiana conosce bene e applica con i personaggi in carne e ossa. Infatti la maggior parte delle riviste italiane sono pubblicazioni scandalistiche dedicate al gossip. Così nessuno si meraviglia della quantità di ragazze nude sulle copertine delle più diffuse riviste. I giapponesi si comportano nella stessa maniera con i personaggi dei manga, con la differenza che non recano alcun male o danno ai protagonisti che sono soltanto entità immaginate.
L'altro aspetto riguarda direttamente i manga e gli anime che hanno in sé elementi impliciti sessuali che trovano il giusto sviluppo nel dojinshi. La rappresentazione di sesso esplicito, nei limiti della legislazione nipponica, non costituisce motivo di turbamento per la mentalità giapponese che considera naturale l'attività sessuale. Così non avviene per la morale occidentale ancora fortemente repressiva, la quale considera il sesso come corruzione e peccato. Ciò spiega perché il dojinshi viene considerato in Occidente come qualcosa di perverso. Ciò viene aggravato dall'utilizzo del fumetto, un mezzo espressivo da sempre considerato non edificante, e a volte addirittura depravato. Se poi i personaggi raffigurati sono giovani, allora si assiste a reazioni isteriche di bigotti e falsi moralisti intenti a salvare la gioventù dalla corruzione del mondo. Così mentre si giustificano le violenze e lo sfruttamento dei più deboli da parte dei sedicenti liberatori, si perseguita la violenza descritta dalla narrativa che ha invece un valore altamente pedagogico. In questo modo la questione della libertà di pensiero e di espressione nei manga ha assunto in Italia l'aspetto di una lotta politica.
Un esempio di disinformazione e manipolazione è fornito da Anne Allison nel libro La bambola e il robottone. Ella ripresenta una vecchia teoria sostenuta da molti psicologi superficiali, secondo la quale la visione del cartone animato di Sailor Moon comporta il rischio che gli spettatori diventino effeminati. Il passo in cui Anne Allison spiega ciò è chiaro ed esplicito:

"[...] anche se i ragazzi difficilmente ammettono di leggere o vedere Sailor Moon alla televisione (o, meglio, di identificarsi con lei piuttosto che di vederla semplicemente come un oggetto sessuale), molti la guardano di nascosto e alterano di conseguenza i loro stessi modelli di eroismo e mascolinità."(1)

Anne Allison non spiega perché questo inquietante fenomeno non è mai avvenuto e mai si è manifestato con le centinaia di eroine della letteratura, del teatro e della televisione (ricordiamo le amazzoni, Giovanna d'Arco, Leonora del Fidelio di Beethoven, Fantaghirò, e così via). Inoltre non fornisce nessuna prova concreta della sua aberrante teoria.
Altre teorie contro gli appassionati di manga e anime sono continuamente prodotte e raccolte in ponderosi volumi che si atteggiano ad analisi scientifiche, ma prive in effetti di ogni fondamento oggettivo.
In realtà ciò che spaventa è la possibilità che i fan realizzino indipendentemente opere culturali che non siano controllate dalle consuete istituzioni. Soprattutto indispettisce l'uso disinvolto degli elementi sessuali e l'estrema libertà degli autori. Veramente il dojinshi, e tutta la produzione erotica dei manga, costituisce un movimento di liberazione della psiche che viene slegata dai soliti schemi convenzionali. Adesso che è emersa la motivazione della realizzazione dei dojinshi, si capiscono bene anche i perché di tanta disapprovazione. Però la libertà non è qualcosa che ci viene donato dagli altri, piuttosto ci riguarda direttamente e va conquistata. In tal senso la questione dei manga è un'autentica lotta civile per un diritto di autodeterminazione dei giovani.


Note

1. Cfr. Gomarasca, Alessandro (a cura di), La bambola e il robottone, Einaudi, Torino, 2001, p. 155.

Bibliografia

Dessalvi, Stefano e Pollicelli, Giuseppe, Disegni leggeri, moralmente corrotti, in "Blue", anno X, n. 110, luglio 2000.
Martorella, Cristiano, I fumetti del ciliegio in fiore, in "Il Golfo. Quotidiano dell'area sorrentina e Capri", anno VI, 1 marzo 1996.
Martorella, Cristiano, La rivoluzione invisibile, in "Sushi", n. 3, ottobre 1996.
Nove, Aldo, Techno kitsch, in "Happy Web", n. 6, giugno 2001.
Prainito, Consuelo, Il Giappone postmoderno e i manga, in "Italia Giappone Oggi", anno XV, n. 58, dicembre 1997.
Romanello, Elena, Due realtà nel mondo dei giovani, in "LG Argomenti", anno XXXV, n. 4, ottobre-dicembre 1999.
Scozzai, Michele, La strana tribù del Giappone, in "Focus", n. 95, settembre 2000.

 

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21/09/2008

Intervista sugli otaku

Tempo fa sono stato intervistato da una giornalista del quotidiano "La Repubblica", in qualità di studioso di cultura giapponese, sul fenomeno otaku. Ecco il brano pubblicato da sito di "La Repubblica". Si tratta di un pezzo molto interessante che ripropongo per chi non lo avesse già letto.

 

Intervista al nipponista Cristiano Martorella: se non si esagera, i giovani possono riscoprire il gusto personale e la capacità di ironizzare su se stessi
"Otaku? Una forma di ribellione dei ragazzi schiacciati dalla crisi"
di ROSALBA CASTELLETTI

ROMA - "Letteralmente significa 'casa altrui', da qui il termine Otaku è passato a connotare negativamente quanti sono talmente fissati per qualcosa da stare la maggior parte del tempo chiusi in camera. Gli appassionati di fumetti e animazione se ne sono poi appropriati quasi subito dandogli un significato scanzonatorio e divertente". Cristiano Martorella, nipponista, ha pubblicato diversi saggi e articoli sulla cultura, la filosofia e la letteratura giapponese.

- Quando si è iniziato a parlare di otaku in Italia?

Agli inizi degli anni Novanta, in contemporanea col boom dei manga, nella sua accezione positiva. Alcuni analisti hanno iniziato a parlare anche dell'accezione negativa del termine e adesso il significato di "otaku" dipende da chi lo usa e dal contesto: per questo è sbagliato fare distinzioni tra otaku giapponesi e otaku italiani.

- E gli hikikomori, i ragazzi che si chiudono in stanza per mesi o anni e rifiutano ogni contatto sociale?

Hikikomori letteralmente vuol dire "segregato". In Italia si parla spesso dei danni causati da videogiochi e playstation. In Giappone succede lo stesso, ma in proporzioni maggiori perché lo sviluppo tecnologico negli ultimi decenni ha raggiunto dei ritmi vertiginosi.
In Giappone infatti c'è malessere giovanile. Ma la colpa non è né dei videogiochi né dei fumetti, ma del cambiamento dell'organizzazione del lavoro, della drastica scomparsa del lavoro fisso, dell'incapacità delle istituzioni scolastiche ad affrontare dei problemi adolescenziali e del venir meno dell'assistenza sociale.

- E dal malessere al fenomeno otaku qual è il passo?


Il bisogno di differenziarsi dagli adulti, di trovare dei lavori nuovi, come fumettisti, venditori di fumetti, cubiste, etc. Lavori che, proprio perché nuovi, vengono visti male dagli adulti. E così gli otaku finiscono per il subire il contraccolpo del capro espiatorio. Gli otaku, si dice, sono strani. È un preconcetto. Non si vuole capire che i giovani cercano di arrangiarsi e di crearsi una nuova identità, perché le leggi non permettono loro di diventare adulti.

- Gli otaku costruiscono nuove realtà. Quindi non è vero che si tratta di giovani indolenti...

Assolutamente no. I giovani inventano vestiti, si incontrano e creano mode riprese da fumettisti e stilisti giapponesi e occidentali. Creano una rete di contatti e nei quartieri e su internet. Organizzano raduni. Così anche in Italia: si pensi alla Fiera dei Fumetti di Lucca e a Romics. Si travestono come i loro eroi animati. È un sintomo di creatività, di capacità manuali e artistiche. Riscoprono il gusto personale. Sanno che travestendosi o indossando abiti trasgressivi potranno apparire ridicoli o strani, ma hanno la capacità di ironizzare su se stessi.

- Sfatiamo l'ultimo pregiudizio: il lettore di manga visto come pervertito.


L'equivoco nasce dal fatto che i fumetti e i cartoni animati giapponesi si rivolgono a un pubblico di giovani e adulti, tant'è che vi sono prodotti diversificati per fasce d'età. Un cartone come Lupin III non è pensato per un bambino di 5 anni. In Italia invece i cartoni animati sono visti come prodotti per l'infanzia, intrattenimento per persone poco intelligenti. Così si finisce col puntare il dito contro i riferimenti alla sessualità dei manga che non fanno altro che rispecchiare le curiosità e gli interessi dei lettori ai quali sono indirizzati e col censurare i cartoni animati che però non sono pensati per bambini. È questo lo scarto pericolosissimo.
(21 ottobre 2005)